Che sia tu

Che sia tu
a far ridere le stelle
che poi sai che gran casino
se non saranno li a guardarci
Che sia tu
a cercare le parole
che io a stento stringo in bocca
per sfinirle e darle via
E ti vedo ancora
ancora li ad urlare
che non c’è niente niente
grande grande grande
come questo amore
E non pensare che chiunque
sa come si fa
a poter prendere i tuoi occhi
e rimanerci al buio
perché qualunque vento porterebbe
tra le braccia sue
questo gran delirio
E così
i tuoi passi son pesanti
le tue labbra son crollate
sulle labbra di qualcuno
Che poi noi
a cercarci tra i ricordi
siamo stati dei giganti
per poi perderci tra i mondi
E ti vedo ancora
ancora li ad urlare
che non c’è niente niente
grande grande grande
come questo amore
E non pensare che chiunque
sa come si fa
a poter prendere i tuoi occhi
e rimanerci al buio
perché qualunque vento porterebbe
tra le braccia sue
questo gran delirio

Emma

Assisi -3° per lo più sereno

Il display del cellulare non si ferma ai gradi, mi dà questa ulteriore informazione: per lo più, sereno. Sì, vabbè.
La app che individua l’aspetto interno e profondo dell’essere umano, non ancora è stata inventata quindi, deduco non senza un po’ di delusione, si riferisce all’aspetto della volta celeste.
Come pure omette la mezzaluna crescente che entra nel soggiorno, ma questo posso saperlo da sola e non nascondo che lascio apposta le persiane aperte anche di notte per poter vedere quando arriva.
In questo preciso istante è qui e proietta la sua bianca luce esattamente al centro del vetro di un’anta della porta. Fa più luce del display del mio portatile. Sono portata a riflettere sul fatto un tantino inquietante che la nostra vita, spesso ruota e si fissa sui vari display di cui ci circondiamo. Questo pensiero inaspettato, che probabilmente da qualche parte ha la sua ragione di esistere, ma non adesso, non in questo ambito in cui ci sta proprio come i cavoli a merenda e dato che non mi si addice impostare troppa roba in simultanea (vedi alla voce sentimenti), sento che mi sta depistando da quello che invece è il mio intento di concentrarmi sull’affascinante sapere dei movimenti/spostamenti della luna. Ecco, lei sì che sa muoversi in simultanea: moto di rotazione attorno al proprio asse; moto di rivoluzione attorno alla terra; moto di traslazione intorno al sole assieme alla terra. Quindi, mi dico, anche insieme a me.

Che lo voglia o meno, che ne sia capace o meno, essendo parte del pianeta terra oltre che dell’universo, anche io traslo. Solo, non ho ancora ben chiaro quale sia la legge universale che regola i miei moti di rivoluzione, di rotazione e traslazione. Dove sto andando, dove voglio andare. No, perché pur avendo propensione all’eternità, non credo mi sia concessa la stessa infinita ed incorruttibile certezza di longevità della luna. Data la mia età anagrafica, ho una certa urgenza. L’urgenza di comprendere, imparare ancora tante cose e di farne altrettante, senza per questo dover rompere le scatole a nessuno e soprattutto non perdendo di vista il mio proprio asse. Perché, a mie spese e a spese di qualcun altro che ha tentato di volermi bene, fallendo clamorosamente, ho imparato di aver ruotato per un bel pezzo della vita intorno agli assi sbagliati non sapendo di averne uno tutto mio su cui ruotare, come non sapevo che le rivoluzioni e le barricate che alzavo contro qualcosa di corrotto che sentivo intorno a me, in realtà era dentro me. Come quando, da bambina, obbligavo mia mamma a restare sull’uscio di casa a guardarmi andare verso scuola. Guai e ripeto guai se, girandomi, l’avessi vista rientrare prima che avessi svoltato l’angolo, prima di scomparire per ragione di causa oggettiva e non soggettiva, dalla sua vista. Era la rivoluzione! Tutta la giornata ne veniva sconvolta da umori, i miei e i suoi, neri e minacciosi. Io non mi sentivo amata, al contrario abbandonata, allontanata, respinta, rifiutata e lei non sopportava i miei silenzi e musi lunghi e una figlia strana e rompiscatole che pretendeva tempo ed attenzioni fuori dalla sua Singer, dalle sue stoffe, dai suoi modelli insomma fuori dalla sua quotidiana portata e comprensione. La rivoluzione! Ma non si può sovvertire e turbare la vita di nessuno, il pensiero e il modo di essere di nessuno se prima non si è compreso i propri. Se non si smette di cercare accettazione, accoglimento, approvazione. Se non da se stessi. Non si fa la rivoluzione a nessuno, a prescindere. Tuttavia, nel tentativo di rivoluzionare quello che sentivo corrotto intorno a me, ho lungimirato nel corrompere e sacrificare buona parte di quanto di meglio c’era in me. Intelligenza, positività, intuitività, sensibilità, determinazione, sogni. Già solo queste poche risorse e qualche altra che adesso non ricordo, mi avrebbero permesso di crescere un po’ meno rompiscatole e magari di realizzare la vera rivoluzione che sarebbe stata quella di andare verso le mie aspirazioni e i miei obiettivi: fare il chirurgo, la psicanalista e specializzarmi in criminologia o la pianista o l’attrice di teatro o la manager di una importante multinazionale o semplicemente essere, ecco, serena. Invece, spesso, mi sono persa tra le trincee delle superbie e le fragilità delle emozioni. Fortuna che sono costruita con mattoni resistenti e di ottima marca, amalgamati e cotti con valori di importanza, credo strategica, per potersi muovere dignitosamente in questo universo, nonostante alcuni difetti di fabbrica. Non che io abbia perso l’inclinazione a sezionare, analizzare non a caso come un chirurgo, ma con il tempo ho imparato che anche il paziente più paziente, va lasciato libero di far tacere la voce dei pensieri per ascoltare la voce delle proprie intuizioni, di decidere se curarsi o meno e soprattutto se sente di essere malato o no. E  lasciar decidere quando. Perché. Per chi. E come. Così io, paziente tra i pazienti, malata di rivoluzione, oggi mi curo con un po’ più di leggerezza, immagino di viaggiare almeno alla velocità media di 1 km/s ed ho dismesso alcune interiorizzazioni nocive. Ché leggerezza non vuol dire superficialità. Ho imparato ad accettare, qua e là, le sconfitte personali. Come la fine del matrimonio, come la precarietà lavorativa, come la morte del mio grande amore. Ché dopo la morte, c’è il risorgimento! No, ecco che riappare la latenza rivoluzionaria. Volevo dire che solo accettando che è morto, il grande amore può risorgere. Magari da un’altra parte, con quello leggendario come con chiunque altro.

Grazie al mio ascendente e a qualche sparuto e ignaro discendente nonché al mio più diretto corredo cromosomico  fatto di mattoni di Vuitton, non sono diventata una serial killer o una stolker o peggio ancora, volendo vedere le cose da una angolazione narcisistica, una vittima! Anche se a volte ho creduto di esserlo, ma presto, molto presto me ne sono ravveduta, ché se proprio per qualche nanosecondo lo sono stata, è stato a causa di una qualche mia disgraziata e temporanea quanto dolorosa involuzione. E, dai! Alla fine, dal cilindro, qualcosa di buono è saltato fuori. Grazie coniglietto! Vedere alla voce figlie, per esempio. A loro riservo tutto un capitolo a parte, oltre che tutto il mio amore. (Vedere anche se dalle figlie arriva qualche voce, ma quest’ultima, per privacy e per un vago timore di smentita o di richieste di indennizzo, solo a me).

Ma… ho scritto proprio così? “alla fine”. No, volevo dire fino a qui. Non è mica la fine, almeno voglio augurarmelo.
Intanto la luna compie le proprie silenziose rotazioni, sorride sorniona alle mie dissertazioni stralunate e scomparendo dal riquadro della porta, mi dà appuntamento a quando sarà piena. Abito in una casa architettata intorno ai moti lunari e non me ne stupisco affatto.

Sì, perché quando sarà piena, avrà compiuto il ciclo che la porta dritta nel riquadro della finestra sull’altra parete del mio soggiorno e le racconterò di ulteriori ed eventuali percorsi per arrivare ad essere meno legata alle emozioni o comunque alle emozioni fastidiose.

E degli inevitabili trasli.

Convegno

 

M’è dolce indugiarti d’accanto
in questo raccolto tepore.
Rintoccano trepide l’ore
siccome un lontano
rimpianto
Ripeti parole d’amore;
ma piano… ma piano…
che duri l’incanto.

Non so dove sbocchi (che importa?),
ma certo in effluvi di fiori
(non senti?) la porta.
sui vetri protesa, vermiglia,
origlia
la tacita sera. Siam qui.

Restiamo in silenzio. Là fuori,
nessuno ci pensa così.

Rainer Maria Rilke

Spaziotempo

 

Dicono che sia relativo
il tempo che ci vuole
che tutto è in rapporto
né al normale ticchettio di un orologio
né allo spazio
ma ad entrambi
come due amanti
loro stanno in relazione
per la legge della relatività generale
si chiama spaziotempo
destinati a viaggiare insieme
quasi fino a raggiungere la velocità della luce
allora io mi chiedo
quanto spazio ho e quanto tempo
e a quale velocità dovrei viaggiare
per dimenticare l’assoluto

Lato muto

E’ vero quando dici
che non sento che mi chiami
in effetti
dal lato del letto in cui una volta c’eri tu
un eco indugia
attrazione non tangibile
non udibile
controversa
tergiversa
allora mi sposto
dal mio lato passo a quello che era tuo
e niente
non sento
nel concreto
dal posto che era tuo ripasso al mio
e mi chiamo io
senza astrazioni mi pronuncio
anche per il lato muto
poiché tu sicuramente sbagli nome

 

Buon Anno, Amore

E’ tutto qui, niente è andato perso
neppure la memoria si ribella ormai
all’urgenza di un tuo bacio
mi basta mettere le mani nella scatola
alla cieca cavarne fuori qualche strazio
pezzi di davanzali con la neve
lembi di gioia rarefatta
cocci di notti senza fine
e qualche tagliola arrugginita
con l’impronta di più di una scarpa

La sotterranea solitudine
è la stessa di quando condivisa
solo più intima e circoscritta
soprattutto solo mia
ché sentirmi sola
da quando sono sola
mi fa pensare a me
e non a te con altre tre

Ed è chiassoso come sempre anche il silenzio
non ha cambiato né virgole né punti
semmai sa solo meglio come usarli
magari meno immobile
di quando lo prendevi interamente tu
i punti e a capo innanzitutto e gli interrogativi
iniziano ogni mio giorno col maiuscolo
e la curiosità canalizzata altrove

E neppure ha preso forme altre
l’intelletto
un po’ sciupato, sì, e qualche crepa in vista
ché starmi dietro a volte è assai pensante
e tu me ne toglievi il tempo e la ragione
per stare dietro a te con altre tre

E l’amore
oh, abile funambolo e trasformista
giocoliere di cerimoniosi paradossi
dionisiaca creatura dell’estasi dei sensi
incollati alle tue forme e ai tuoi vagheggi
ha fatto la sua scelta ed è venuto via con te
se non altro perché gli sei più congeniale
nell’essere imbrogliona magistrale
a me ha lasciato un bel po’ di ammacchi
e fumo tanto fumo
del resto sei stata un incendio non da poco
sotto la cenere
sensibile qualche ciocco resta ad ardere
attizzi ché piacere piace
e ancora sai soffiare
tra le altre cose ti riconosco l’arte

Ecco, sommato tutto
ho tutto proprio tutto
e non mi manca niente
il sempre e il mai
per quanto se ne abusi
non sono nel mio imprinting
e soprattutto non mi manchi tu
Perché, sei andata via?