Te ne devi andare

 

Ho cambiato percorsi, luoghi, persone e cose. Case, letti e panorami, teorie e scienze esatte, lavori, visuali e interpretazioni.
Quanta fatica ho fatto!
Sempre rispondendo alla domanda se non sia il caso, il tempo, la ragione di cambiare allontanandomi. Da chi o da che cosa, saperlo ormai non mi importa neppure più. Ogni volta non senza fatica, rimboccandomi le maniche per ricominciare altrove, con la convinzione che un bel giorno non mi avrebbe riconosciuta e se ne sarebbe andato, ma lui, il dolore, non molla. Si impadronisce degli spazi, del tempo elargendo ossessioni, deformando ogni cosa. Dietro le sue mille pezze, maschera burlesque, morde, graffia, propone, dispone, prospetta, consiglia e ancora una volta ecco sorgere la domanda: andare via, cambiare?

Sti cazzi, è la risposta. Adesso sei tu che te ne devi andare!

 

 

 

 

 

 

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Assisi -3° per lo più sereno

Il display del cellulare non si ferma ai gradi, mi dà questa ulteriore informazione: per lo più, sereno. Sì, vabbè.
La app che individua l’aspetto interno e profondo dell’essere umano, non ancora è stata inventata quindi, deduco non senza un po’ di delusione, si riferisce all’aspetto della volta celeste.
Come pure omette la mezzaluna crescente che entra nel soggiorno, ma questo posso saperlo da sola e non nascondo che lascio apposta le persiane aperte anche di notte per poter vedere quando arriva.
In questo preciso istante è qui e proietta la sua bianca luce esattamente al centro del vetro di un’anta della porta. Fa più luce del display del mio portatile. Sono portata a riflettere sul fatto un tantino inquietante che la nostra vita, spesso ruota e si fissa sui vari display di cui ci circondiamo. Questo pensiero inaspettato, che probabilmente da qualche parte ha la sua ragione di esistere, ma non adesso, non in questo ambito in cui ci sta proprio come i cavoli a merenda e dato che non mi si addice impostare troppa roba in simultanea (vedi alla voce sentimenti), sento che mi sta depistando da quello che invece è il mio intento di concentrarmi sull’affascinante sapere dei movimenti/spostamenti della luna. Ecco, lei sì che sa muoversi in simultanea: moto di rotazione attorno al proprio asse; moto di rivoluzione attorno alla terra; moto di traslazione intorno al sole assieme alla terra. Quindi, mi dico, anche insieme a me.

Che lo voglia o meno, che ne sia capace o meno, essendo parte del pianeta terra oltre che dell’universo, anche io traslo. Solo, non ho ancora ben chiaro quale sia la legge universale che regola i miei moti di rivoluzione, di rotazione e traslazione. Dove sto andando, dove voglio andare. No, perché pur avendo propensione all’eternità, non credo mi sia concessa la stessa infinita ed incorruttibile certezza di longevità della luna. Data la mia età anagrafica, ho una certa urgenza. L’urgenza di comprendere, imparare ancora tante cose e di farne altrettante, senza per questo dover rompere le scatole a nessuno e soprattutto non perdendo di vista il mio proprio asse. Perché, a mie spese e a spese di qualcun altro che ha tentato di volermi bene, fallendo clamorosamente, ho imparato di aver ruotato per un bel pezzo della vita intorno agli assi sbagliati non sapendo di averne uno tutto mio su cui ruotare, come non sapevo che le rivoluzioni e le barricate che alzavo contro qualcosa di corrotto che sentivo intorno a me, in realtà era dentro me. Come quando, da bambina, obbligavo mia mamma a restare sull’uscio di casa a guardarmi andare verso scuola. Guai e ripeto guai se, girandomi, l’avessi vista rientrare prima che avessi svoltato l’angolo, prima di scomparire per ragione di causa oggettiva e non soggettiva, dalla sua vista. Era la rivoluzione! Tutta la giornata ne veniva sconvolta da umori, i miei e i suoi, neri e minacciosi. Io non mi sentivo amata, al contrario abbandonata, allontanata, respinta, rifiutata e lei non sopportava i miei silenzi e musi lunghi e una figlia strana e rompiscatole che pretendeva tempo ed attenzioni fuori dalla sua Singer, dalle sue stoffe, dai suoi modelli insomma fuori dalla sua quotidiana portata e comprensione. La rivoluzione! Ma non si può sovvertire e turbare la vita di nessuno, il pensiero e il modo di essere di nessuno se prima non si è compreso i propri. Se non si smette di cercare accettazione, accoglimento, approvazione. Se non da se stessi. Non si fa la rivoluzione a nessuno, a prescindere. Tuttavia, nel tentativo di rivoluzionare quello che sentivo corrotto intorno a me, ho lungimirato nel corrompere e sacrificare buona parte di quanto di meglio c’era in me. Intelligenza, positività, intuitività, sensibilità, determinazione, sogni. Già solo queste poche risorse e qualche altra che adesso non ricordo, mi avrebbero permesso di crescere un po’ meno rompiscatole e magari di realizzare la vera rivoluzione che sarebbe stata quella di andare verso le mie aspirazioni e i miei obiettivi: fare il chirurgo, la psicanalista e specializzarmi in criminologia o la pianista o l’attrice di teatro o la manager di una importante multinazionale o semplicemente essere, ecco, serena. Invece, spesso, mi sono persa tra le trincee delle superbie e le fragilità delle emozioni. Fortuna che sono costruita con mattoni resistenti e di ottima marca, amalgamati e cotti con valori di importanza, credo strategica, per potersi muovere dignitosamente in questo universo, nonostante alcuni difetti di fabbrica. Non che io abbia perso l’inclinazione a sezionare, analizzare non a caso come un chirurgo, ma con il tempo ho imparato che anche il paziente più paziente, va lasciato libero di far tacere la voce dei pensieri per ascoltare la voce delle proprie intuizioni, di decidere se curarsi o meno e soprattutto se sente di essere malato o no. E  lasciar decidere quando. Perché. Per chi. E come. Così io, paziente tra i pazienti, malata di rivoluzione, oggi mi curo con un po’ più di leggerezza, immagino di viaggiare almeno alla velocità media di 1 km/s ed ho dismesso alcune interiorizzazioni nocive. Ché leggerezza non vuol dire superficialità. Ho imparato ad accettare, qua e là, le sconfitte personali. Come la fine del matrimonio, come la precarietà lavorativa, come la morte del mio grande amore. Ché dopo la morte, c’è il risorgimento! No, ecco che riappare la latenza rivoluzionaria. Volevo dire che solo accettando che è morto, il grande amore può risorgere. Magari da un’altra parte, con quello leggendario come con chiunque altro.

Grazie al mio ascendente e a qualche sparuto e ignaro discendente nonché al mio più diretto corredo cromosomico  fatto di mattoni di Vuitton, non sono diventata una serial killer o una stolker o peggio ancora, volendo vedere le cose da una angolazione narcisistica, una vittima! Anche se a volte ho creduto di esserlo, ma presto, molto presto me ne sono ravveduta, ché se proprio per qualche nanosecondo lo sono stata, è stato a causa di una qualche mia disgraziata e temporanea quanto dolorosa involuzione. E, dai! Alla fine, dal cilindro, qualcosa di buono è saltato fuori. Grazie coniglietto! Vedere alla voce figlie, per esempio. A loro riservo tutto un capitolo a parte, oltre che tutto il mio amore. (Vedere anche se dalle figlie arriva qualche voce, ma quest’ultima, per privacy e per un vago timore di smentita o di richieste di indennizzo, solo a me).

Ma… ho scritto proprio così? “alla fine”. No, volevo dire fino a qui. Non è mica la fine, almeno voglio augurarmelo.
Intanto la luna compie le proprie silenziose rotazioni, sorride sorniona alle mie dissertazioni stralunate e scomparendo dal riquadro della porta, mi dà appuntamento a quando sarà piena. Abito in una casa architettata intorno ai moti lunari e non me ne stupisco affatto.

Sì, perché quando sarà piena, avrà compiuto il ciclo che la porta dritta nel riquadro della finestra sull’altra parete del mio soggiorno e le racconterò di ulteriori ed eventuali percorsi per arrivare ad essere meno legata alle emozioni o comunque alle emozioni fastidiose.

E degli inevitabili trasli.

M.

M. è una ragazza di 39 anni.

Dico ragazza perché non avendo avuto tutti i passaggi soliti che si hanno nella vita, è rimasta ragazza, con momenti di regressione nell’età infantile. M. è affetta da schizofrenia paranoide. Probabilmente da quando è nata, ma nessuno, neppure i suoi genitori ne erano consapevoli. Alcuni comportamenti dei bambini sono talmente bizzarri che è difficile stabilire il sottile equilibrio che sta tra la normalità e la pazzia. Poi le bizzarrie continuano anche nell’età più adulta, aumentano, non si placano. Fino a quando alcuni sintomi che per la scienza sono inequivocabili, si conclamano in forma violenta e poi cronica. La malattia le è stata diagnosticata durante l’adolescenza. E’ intelligentissima e se vuole è capace di disegnare cose bellissime, ma laddove non impossibile, con lei è difficile interagire. L’unica persona, l’unico contatto umano che percepisce come non pericoloso è la sua mamma ed è con lei che vive ed è con lei che ha un attaccamento ovviamente morboso, ossessivo, paradossale, a volte violento. Perché è sulla sua mamma che riversa l’angoscia di perderla e spesso la accusa di cose che sono ovviamente solo nella sua mente. Tra le sue paure c’è che il resto del mondo voglia portargliela via. Nella sua mente, ogni contatto sociale è un potenziale nemico con l’unico intento di separarla dalla sua mamma.

Nel suo mondo non si può entrare né prenderla per la mano e farla uscire. Ha paura di aprirne la porta. Al massimo si può osservarla, ascoltarla con la dovuta discrezione e delicatezza, dallo spioncino della ragione e dell’emotività che ogni tanto le fa filtrare all’interno un po’ di luce. I suoi monologhi ripetitivi e ossessivi sono mantra dalle intenzioni paradosse per avvicinare la paura, metterla a fuoco e cercare di quietarla. Ma raramente la quiete arriva. Non le interessa la musica, non le interessa guardare la tv, leggere libri o giocare a carte. Non c’è niente che possa distrarla dalle voci interiori che le danno tanto fastidio anche se attutite dagli psicofarmaci che regolarmente prende da più di vent’anni.

M. è sola. Sola con i suoi mostri. Sola con la sua ansia. In oceani sconosciuti, è un’isola inarrivabile sulla quale niente e nessuno approda. E lei lo sa.

Io sono sua amica, ma la parola amica è meglio non pronunciarla perché potrebbe spaventarsene, anzi ne è terrorizzata. Nel suo mondo abitano tutte le paure del mondo e anche quelle di altri mondi.

Ieri, all’improvviso mi ha chiesto se riesco a capire quanto lei sia sola e quanta angoscia sente. La mia risposta le ha strappato un lieve sorriso.
Ieri M. ha mostrato segni di capacità affettiva per un altro essere che non è la sua mamma, poi ha chiuso prudentemente la porta.
M. è mia amica, ma preferisce non saperlo e non sarò certo io a dirglielo.
Mi piacerebbe invece che un giorno capisse quanto quell’ accenno di sorriso, sia per me un gran regalo.

Credo che le nostre piccole e grandi paure quotidiane, siano baracche fatiscenti rispetto alle sue impenetrabili, smisurate cattedrali.

Per sempre per mai

“Il tempo non ha tempo
te lo prendi oppure se ne va” (Cit.)

Ma quant’è un tempo, in ordine di tempo, da afferrare prima che non ci sia più tempo. Quant’è un tempo che sia abbastanza tempo?

Un minuto un’ora un giorno un anno….
Passato presente futuro.
Già “un tempo” appare così limitato. Non è “tutto il tempo”, ma uno solo.
Un tempo che sia abbastanza tempo, ma abbastanza per che cosa.
Quanta distanza, in ordine di tempo, esiste tra un tempo e il tempo.

Chiese T e m p o  ad  A b b a s t a n z a: <<Quanto abbastanza?>>.
<<Abbastanza da essere per sempre e per mai>>, rispose.

E senza incontrarsi mai, ognuno nel proprio tempo, rimasero abbracciati abbastanza.

Il tempo non esiste, è solo una dimensione dell’anima. Il passato non esiste in quanto non è più, il futuro non esiste in quanto deve ancora essere, e il presente è solo un istante inesistente di separazione tra passato e futuro!” Sant’Agostino

“Hit et nunc” L’Equilibrio

Eredità e Betty Boop

Ci sono persone che ricevono, per legge o testamento, lasciti materialmente consistenti. Fortune. Io, senza né legge né testamento, ho ricevuto in lascito il pessimismo cosmico. No, mi correggo: più che in lascito, mi è stato iniettato nelle vene fin dalla mia procreazione. Per cui, consenziente e grata o meno, mi si è aggregato nel sangue insieme alle piastrine e ad altri vari componenti. Da allora mi muovo nel mondo con incorporata questa bomba a tempo: “Gruppo Zero RH positivo PSC” che sta appunto per pessimismo cosmico. Credo, e non me ne voglia, di dover ringraziare mia madre per questa bella eredità. Del resto sono cresciuta a pane, nutella e catastrofismo.
Per fare qualche esempio rispolvero i ricordi e tiro fuori un po’ di imprecazioni. No, non le mie, ma quelle di mia madre. Giornata di primavera in cui tira un venticello fresco ed arieggiante: “Escììììììììììì!!!! mò c’hanna purtà au larij i rrrrobbb spas e amma rumanè senza rrrobbb!!!!” – che sarebbe l’equivalente tradotto di “questo vento si porterà via i panni stesi e resteremo nudi”. Giornata autunnale in cui pioviggina: “Escìììììììììì!!!!, c’hanna purtà ala rrruin tutt st’acqu!!!!” – “questa pioggia ci rovinerà (e ancora sto cercando di capire cosa, ma credo, al peggio, la sua permanente)”. Confidenze tra figlia e genitrice: “Mà, domani ho il tema in classe” – “Ehhhh….speriaaaaam ca va tutt bbbon, ma vaccapiiiishh com’hanna ij u fatt!!!!” – non ve lo traduco perché a questo punto avete bell’è imparato il dialetto pugliese o comunque ne intuite il senso.
Per non parlare di quando le cose per cui imprecare esistevano davvero.
Ci fu un periodo, più o meno lungo dipende dai punti di vista, ma vi lascio immaginare che fu luuuuuungo, in cui mio fratello maggiore si ammalò di pleurite: in casa vigeva il lutto stretto. “Escìììììììì…. Madonnamiiiij….. com’è staaaat…chi m l’aveva raccuntà sta cos… com è stat com è stat com è stat” e questa frase tipo si ripeteva per almeno quindici 15 volte al giorno. Non ci si poteva avvicinare a mio fratello, pena la radiazione dall’albo di famiglia, per timore di attaccargli qualche bacillo, manco avesse l’immunodeficienza da HIV. E’ stata la catastrofe l’apoteosi l’apocalisse l’ottavo flagello di dio. Lo ha dato per spacciato fin da subito, quando in realtà è bastata una buona cura antibiotica e tutto è tornato nella “normalità”, mai del tutto normale data la visione drasticamente distorta della realtà. “Madoooonnnna miiija…emmò com’amma faaaa’!!!!
Voi magari ci ridete, epppppure io di gusto, adesso, oggi, mò! Ma vi assicuro, non è facile vivere in due dimensioni parallele in cui la catastrofe si scontra quotidianamente con il conigliettotuttomatto che tira fuori dal cilindro le piccole e grandi meraviglie della vita. Costantemente in conflitto tra uno tsunami e la lieve increspatura del mare.
La mia amicuzza Piera mi ha consigliato di vestire la catastrofe. Sì, avete capito bene. Se proprio non riesco a tenerla a freno, dati i natali, le metto addosso un po’ di cose belle, vistose e colorate. A volte è un bel grembiulino tutto pizzi e merletti, altre volte indossa una parrucca alla Blondie e altre volte lascio che passi attraverso il buco della serratura, altre ancora la faccio giocare a carte con la regina di cuori. Tante volte lo stregatto le sbuffa nella faccia il fumo dei suoi sigaroni e altre ancora, quando sento che mi sta stroncando i cosiddetti,  la trucco alla Betty Boop e la mando a fare…un bagno ammare.

L’effetto sulla psiche è assicurato e il mio plasma ringrazia, soprattutto il fattore Rhesus positivo.
“Mà…ti voglio tanto bene!” – “Escììììììììì!!!!”