Alberi sospesi e frittelle di mela

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Avrei voluto scrivere. Un post natalizio glitterato, sbrilluccicoso e vivace, ma è un po’ che scrivere mi risulta assai pesante. C’è un tale ingorgo di emozioni che al confronto il GRA, all’ora di punta del venerdì sera, è il deserto del Gobi.  Manca la concentrazione. La meditazione. Manca il tempo. Manca. A volte penso sia la cosa più terribile che possa capitare: avere una sorta di blocco dello scrittore, senza peraltro essere neppure l’ombra di uno scrittore. Altre volte penso sia un bene. Il mio stato attuale è come una bottiglia di spumante shakerato da un pupazzo pazzo. Una bottiglia colma di stralunate bollicine per cui, laddove saltasse il tappo, ho il timore di provocare danni irreversibili. Vi è mai successo di sentirvi compressi? Ecco, quella sensazione lì di respiro trattenuto, di sterno schiacciato, di silenzio deformato.

Se scrivessi, comunque scriverei di Natale, di alberi lasciati in angoli di garage  altrui, di alberi desiderati e non ancora piantati e di uno appeso al soffitto, che alla sua vista giustamente mia figlia non esita ad esclamare: “Il senso di mamma per gli addobbi di Natale” e senza esserne consapevole, paragone più appropriato non avrebbe potuto trovarlo. Come ne “Il senso di Smilla per la neve”, la protagonista ha serie difficoltà ad adattarsi al suo nuovo ambiente sociale, alla costante ricerca di una verità difficile da raggiungere e dimostrare, così io. Da raccontare come un thriller. Immersa nella nebbia di queste colline che minaccia di volgere, una volta o l’altra di questo inverno che per adesso stenta ad essere un vero inverno, in neve fitta. Immaginate per un attimo, solo per un attimo di gratuita, generosa empatia, di trovarvi immersi nella neve fino al gomito e di dover  trovare il sentiero ignoto che vi guidi verso casa. Proprio così, un rebus, una mission impossible. Proprio non ve lo auguro. Tanto che se scrivessi, comunque scriverei che la vita è generosa anche se inciampa in cumuli di complicanze, stanchezza, impedimenti, smarrimenti e delusioni, ma anche in scoperte e ritrovamenti. Scriverei di belle occasioni irrimediabilmente perdute e di altre miracolosamente riavute come un dono insperato. Di privazioni e al momento giusto, di abbondanze preziose. Scriverei di pranzo di Natale improbabile, ma meravigliosamente verosimile. Di casa riscaldata e di luminaria alla finestra, di instabili umori, speranze precarie e certezze transitorie. Scriverei di getto, senza neppure riflettere. Senza preoccuparmi di rendere comprensibile quanto,  a me stessa, è ancora quasi del tutto impenetrabile.

Se scrivessi, infine scriverei di amore. Ché se sapessi scrivere, scriverei che l’amore sono le mie figlie con la loro progettualità giovane e amorevole presenza in questa mia vita pesantemente smontata, di trasloco in trasloco, in cui si sono perse chissà dove le istruzioni di assemblaggio. E ancora, se sapessi scrivere, scriverei che l’amore è un albero sospeso, un po’ di filo di ferro, mezzo metro di festone colorato scampato alle svariate transumanze e scriverei di frittelle di mele come se piovesse.

E tanti auguri. Scriverei tanti auguri di cuore a tutti coloro che inspiegabilmente avranno avuto la bizzarria di leggere fino a qui e anche a tutti gli altri che mai mi incroceranno in questo mare mosso. E  scriverei a te. Sì,  proprio a te che passerai tra queste onde condivise soffermandoti distrattamente, braccia dondolanti e sostanza altrove, scriverei grazie. Un grazie grande almeno quanto un’automobile nera nera come un bucarone, grande almeno quanto un grande abbraccio, grande quanto tutto il passato ancora presente anche se invisibile ad occhio nudo. Invisibile come un fantasma.

Fuori c’è l’immancabile e ammantante nebbia.  La notte protettrice fa la sua parte e aggiunge un pizzico di quiete. Mi piace. Forse proprio perché, per il momento, mi preclude la vista oltre la siepe. Il sentiero è impercorribile, il silenzio assume forme nuove e più sinuose. Mi invita alla tregua. Mi riposa, finalmente. Dai, la scusa regge. Intanto, dentro, qualcosa si è diradato. Impercettibilmente, sillaba dopo sillaba, punto e a capo maiuscolo, una o due bollicine sono sgasata via e lo sterno si è alleggerito. Se saltasse il tappo, non sarebbe poi tutto questo gran disastro, in fondo.

Nuvole di panna

Stamattina mi sono svegliata dicendo: “…sì sì… lo sto facendo….” Mentre in realtà sto solo uscendo da uno dei miei soliti sogni in cui mi si chiede di fare o non fare questa o quell’altra cosa. Insomma, dormendo  ho continuato a lavorare, tanto che adesso, catapultata dall’onirico alla realtà, mi sento già stanca. Di primo mattino e di domenica non certo di sole e di azzurro, ma di affumicato grigio. Stanotte, in questo immenso universo, qualcuno deve aver fumato troppo ed ecco il risultato.

Preparo il caffè, accendo l’immancabile sigaretta e apro la posta. 300 improbabili proposte per dimagrire mi suggeriscono di provare per credere. Io credo che pesare 50 kili a 50 anni sia già un miracolo e via a ripulire la casella da altre 300 proposte di offerta credito bancario. Se proprio non vuoi dimagrire, almeno fa un bel po’ di rate da pagare fino all’anno 2033 cavolo, fa’ qualcosa! Nel 2033 sarò decrepita e non mi resterà che mettere via i soldi per la cripta, appunto.

Sì, devo fare qualcosa. Mi  vesto e vado a passeggiare nella nebbia. In riva al mare è un fenomeno ancora più affascinante perché è  in sincronia con il movimento delle onde.  Si muove sinuosa come una Venere che sorge dalle acque. Mi lascio avvolgere dalla marea di panna che sembra attutire anche gli spigoli in cui dia-cronicamente dentro me  inciampo. Tempo fa mi mandava in crisi. Senza coordinate, nel mare sconosciuto della vita in una nuova città, nuovo lavoro, nuove facce, nuove domande a cui dover trovare nuove e propositive risposte. Un fenomeno, la nebbia, in cui spesso mi sono persa.  Ritrovarsi è molto difficile. Si sfugge quasi sempre. Lo dice una mia amica, nell’unica mail che stamattina mi ha dato un buongiorno come si deve. E prosegue: ritrovarsi significa vedere ciò che si è trascurato, che si è abbandonato, che si è perduto. Ritrovarsi significa soprattutto la gioia di riprendere per mano se stessi e proseguire nel cambiamento evolutivo. La gioia! Felicità interiore. Grazie Dada. Spesso mi dimentico di questa parola. La uso così raramente che ho deciso di adottarla e farne buon uso, anche se è stata già adottata e mi accontento di esserne sostenitrice. Buona domenica di nuvole di panna, intimamente gioiose.