Qualcosa di giallo

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“Se varrò qualcosa più in là, la valgo anche adesso, perché il grano è grano, anche se i cittadini all’inizio lo scambiavano per erba”.

Vincent Van Gogh

Se proprio dovesse andar male, posso sempre contare su un futuro da fioraia.
Come fotografa però faccio veramente pena!
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Gamberi

Pur se proiettata in avanti e cioè verso il futuro, allo stesso tempo, ultimamente mi tocca andare a ritroso come i gamberi. Come loro, ho assunto questa buffa quanto singolare andatura. Sapete già che i gamberi possono avanzare sia in avanti che all’indietro. Io però non sapevo che il loro avanzare all’indietro fosse una forma di difesa. In realtà quello che accade è che pur scappando per mettersi in salvo da eventuali predatori, non girano il culo (licenza poetica), ma muovendosi appunto a ritroso, restano vigili puntandogli le chele dritte dritte in faccia.
Li ammiro.
Andare indietro, tuttavia sarà facile per loro e magari per qualche altra specie di cui non sono al corrente. Per noi esseri umani è un tantino più complicato perché si rischia di imbattersi nel passato. No, non quello di verdure, come disse un giorno mia figlia facendomi ridere non poco. Per passato intendo quell’insieme di eventi della vita, belli e brutti, piacevoli e spiacevoli già accaduti e conosciuti. Accade così che, mentre le mie antenne puntano a nord, le zampette interiori (non anteriori) inciampano in qualche cassetto lasciato incautamente aperto a sud, da cui spuntano cose, ricordi e “vecchi merletti”. Istanti. Per quanto in fretta si vorrebbe chiudere quel cassetto, altrettanto in fretta colori profumi suoni parole fuoriescono e pervadono lo spazio circostante. L’acqua diventa di un blu intenso tendente al nero e strie lattiginose di non ben definita sostanza, mi si appiccicano addosso come alghe infestanti. Allora mi fermo. Un paio di zampette dolgono all’impatto. Sanguinano. Potrei morirne o restarne invalidata e non avere più possibilità di andare né indietro né avanti né in nessun altro luogo in cui voglio e desidero andare. Allora con pazienza e precisione e con coraggio, prendo le pinzette, sì quelle per le sopracciglia. Tiro via le zampette offese e l’urlo di dolore è disumano. Gli do’ un bacino di commiato e con delicatezza conservo anch’esse nel cassetto, con la consapevolezza che presto diverranno cenere. Poi accuratamente lo chiudo a doppia mandata, per non aprirlo più. Del resto, lo dice anche una canzone: si muore un po’ per poter vivere. Mi sento molto fortunata a sfangarmela con un paio di zampette.
Grazie ai gamberi.