Ché d’autunno

Entrare di notte in casa tua
attenta a non fare alcun rumore
ché non si oda la mia voce
ché non si svegli la vicina
ché non abbai il cane
niente impronte visibili
ché non diano luogo a commenti risibili
uscirne all’alba
senza neppure fare colazione
ché la vicina non riconosca il mio odore
ché il cane dorma ancora
ché non sia peso
il mio corpo sul tuo cuore
come foglia caduta
su uno scampolo in cui marcire amore

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A nord della Norvegia nella stagione delle notti

 

Anno Domini Nostri Jesus 2012 –  ore 15,00

   Stamattina mi sono svegliata e la prima cosa che ho detto è stata: “Mannaggia alla mia insonnia che mi sveglia continuamente nel cuore della notte”. Salvo guardare l’orologio e rendermi conto che in realtà sono le 8,30 del mattino. Cazzo! Il sole si è dimenticato di svegliarsi? E’ buio pesto e non esagero. Ancora adesso che sono circa le 15,00 post meridian, il cielo e annesso sole sono assenti ingiustificati. Al loro posto c’è una gigantesca e spessa tapparella di cemento scuro e tra le crepe piove pioggia a secchiate. Ma insomma, riparate almeno le tubature ché non solo siamo al buio, pure a mollo! Vabbè che le celesti (per modo di dire) casse acustiche con i bassi alterati, rimandano una musichetta in sottofondo in cui Giove in persona si diverte a suonare la sua sinfonia preferita: tuoni fulmini e saette.

Accontentiamoci.

La verità è che ho nostalgia della stagione andata e magari dei colori dell’alba e di una spiaggia sulla quale passeggiare e di una terrazza panoramica e quant’altro non ho più. Uffa!

Busto Arsizio 24 settembre 2012
Ecco!

2012

L’alba di un nuovo giorno e di un nuovo anno. E’ uguale identica spiccicata all’alba di ieri.

I cani del vicino continuano a latrare esattamente come hanno sempre fatto. Le foglie secche si ammonticchiano come sempre, tutte nello stesso punto, complice il vento che le spinge  sull’uscio di casa, così che prima di entrarci, mi devo scavare una specie di solco. Mi piace tanto però il rumore delle foglie secche al passaggio. E’ per me una sorta di gioco.

La differenza sta che invece in quest’alba io sto uscendo. Vado a guardare questo nuovo giorno da un’altra prospettiva. Così, per entrare fin da subito  nell’ottica che questo sarà un insolito anno.

E già i miei passi risuonano di solitaria introspezione. No, no è questo il nuovo. Solitaria e introspettiva sono aggettivi che circolano nel mio dna da quando ancora abitavo tra i filtri e le spirali della pancia di mia madre. Tutti i botti e i fumi di questa notte, hanno offuscato la luna che da lassù mi guarda sbigottita e mi chiede una benagol, ma io non ce l’ho e le offro una sigaretta, che quelle non mi mancano mai. Lei rifiuta categorica con una smorfia di disgusto e mi sento come quando, fuori da un ristorante o da un ospedale o dalla finestra dell’ufficio, accendo una sigaretta e alla prima aspirata scattano i campanellini di allarme. Mea culpa. Bisogna pensare ad un ridimensionamento, se non proprio ad una dismissione. Non della luna, ma delle sigarette.

Ma torniamo alla luna. Sono pronta a prestarle la mia sciarpa, me la sfilo, mi giro ed è già sparita. Avrà intravisto il sole e non voleva presentarsi così conciata, con le occhiaie e il trucco sfatto. Mannaggia alla vanità delle donne! Intanto si scivola. E già!…

La salita che porta alla Baia Vallugola  non è impresa da poco, dopo una gelata notturna. Qua e là, passerotti in cerca di briciole e mi sento un passerotto anch’io, ma magari una vecchia poiana è più corrispondente. Una vecchia poiana in cerca di briciole. Di me. Arrivo fino al mare e il silenzio si fa onda sulla riva. E strie d’argento e rosa e blu cobalto sovrastano il grigio perla del cielo, come secchiate di vernice gettate sul soffitto da un imbianchino ubriaco. Che genio! Voglio cercarlo su Google. Se gli prometto una barile di rum, forse è capace di gettare le stesse secchiate nella mia anima, che ultimamente si è un po’ ingrigita. Come i capelli. Ma qui ci pensa il mio parrucchiere.

E i gabbiani! Il loro  volo mi ha sempre affascinato. Liberi di puntare un’orata che nuota a pelo d’acqua o un torsolo di mela in una discarica, ma liberi. A questo punto mi scappa una lacrimuccia. Man mano che scende, mi si infila nell’orecchio dandomi la  stessa sensazione che mi darebbe se ad infilarsi fosse stata una pallina di grandine. A volte anche il peso specifico di una lacrima è relativo. Comunque no, la lacrima, non per la mal capitata orata, ma per me stessa. Sono libera? E’ una domanda la mia e merita una signora risposta e senza nicchiare. Mi sono fatta tutta la Vallugola a piedi e gelo a parte, non ho sentito sferragliare di catene al mio incedere. Ho fatto talmente tanta strada, che gli anni si sono susseguiti come diapositive viste dal finestrino di un treno ad alta velocità. Sempre dal lato del mare, verso nord. Ma sono libera? E nicchio. E il mio Sé vorrebbe sparire tra i flutti su una scialuppa di salvataggio, ma a parte  molluschi e gabbiani, non c’è anima viva ed è costretto a restare con me. Che nicchio ancora. Lancio un sassolino nel mare, che coglie un altro sasso, che rimbalza su uno scoglio e là vi resta. Come in bilico. Tra l’affondare o l’adagiarsi, in attesa del sole dell’estate. Niente cerchi concentrici, strati di tutto su strati di nulla. Vorrei che fosse qui mia figlia Sara. Con il suo occhio magico saprebbe cogliere da chissà dove, tra spazio  e luce, l’esatta immagine che in questo preciso istante ho nel profondo. E se ci fosse Claudia, non aspetterei certo che fosse lei ad abbracciarmi, “sapendo che quel che brucia non son le offese”. Nicchio? No, rifletto. Le mie figlie. Le mie vele. Si alza una brezza gelida, ma nel filtrare attraverso il cappotto, dolce arriva al cuore. Come loro, l’oro o quanto di più prezioso c’è in questo universo. Torno verso casa, che adesso è in discesa e non che sia più facile. Lascio immaginare. Cammino rasente gli alberi. Ne tocco uno e non mi sembra vero: è caldo! La sua corteccia è viva e se ne stacco un pezzettino, la resina profumata mi si incolla tra le dita. Allora mi chiedo perché ha lasciato che ammuffisse il ti amo che vi ho innestato tempo fa? Era così bello vederlo dondolare di gioia tra le altre foglie. Lentamente mi avvicino, con il passo silenzioso e  grave di chi va a trovare un malato terminale in ospedale. Non dondola, nonostante la leggera brezza. Resta lì appeso e inanimato. E’ un fossile. Ma un fossile di muffa, che al contatto con il palmo della mia mano è polvere. Da rosso scarlatto che fu, polvere verdastra è diventato. Disintegrato. Ecco, dal gabbiano alla polvere verdastra, ho nicchiato alla grande su una grande domanda. A casa, davanti ad una tazza di caffè fumante, che mi si sono gelate anche le antenne, mi metterò al pc e farò una ricerca di mercato. Vuoi che non trovi una nicchia di libertà?

 Auguri!