L’amore immaturo imbruttisce l’amore

Il topolino si è svegliato con il mal di mare. Non riesce proprio ad abituarsi alle turbolenze. Mi fa tanta tenerezza. In effetti la bonaccia dei giorni scorsi ha lasciato il posto ad un grande movimento di onde. Si infrangono rumorosamente su ogni lato del vascello e a tratti sembrano volerlo schiantare. Del resto, il mio amico gabbiano me lo aveva preannunciato, punzecchiando nel mio sé profondo in cui ogni risposta, scostando l’ego, andrebbe ascoltata. “Ma cosa sarà mai un bacio!” gli dico presuntuosa. E dal bacio a far l’amore, c’è solo il tempo di un secondo. Il Sé si defila, compaiono le urgenze, l’abitudine al dolore, l’illusione della quiete. Già, l’illusione! Nella nuvola di panna di un abbraccio, io mi perdo, per ritrovarmi tra i rifiuti che galleggiano in una marea di limaccioso letame.  Il topolino strizza gli occhi, cerca riparo nella tasca sinistra della mia giacca mentre  fiotti di spuma verdastra inondano tutto quanto mi circonda e mi appartiene. Mi chiedo come uscirne. Cosa posso fare per dare stabilità alla mia nave in momenti così delicati. Rifletto. Afferro con forza il timone. Mi concentro sulla possibilità che una delle onde capaci di farmi affondare è solo un ologramma, una proiezione creata dalla mia mente intrisa di paure, incertezze, esitazioni, ansie e il resto di queste turbolenze è il normale, normalissimo quotidiano vivere nel mare della vita. Dio mio! Sono fradicia di pioggia e malumore, ma è quest’ultimo che mi annienta e mi fa rabbrividire. Mio malgrado, mi lascio sopraffare, mi arrendo all’evidenza che stavolta non posso farcela a cavalcare questa marea. Lego stretto stretto il timone e scendo in coperta.

Si balla anche quaggiù. A stento raggiungo la mia cabina ed il mio letto. Ma quanto è lontano un lembo di terraferma? Mi sento così sola e abbandonata. Mi infilo sotto il piumone e cerco di allentare la tensione. Mentre il mare esprime tutta la sua forza, io pronuncio una preghiera e chiedo a chiunque mi stia ascoltando: proteggimi per favore, prendi un attimo il timone di questo mio vascello sbatacchiato. Riportami nel tuo grembo, giusto il tempo di riposare  quest’anima irrequieta, ritrovare il respiro, il passo più adeguato.

Succo d’arancia, caffè e due fette con burro e marmellata. Eccola! Alice scosta con delicatezza la tendina dall’oblò e mi guarda sorridente. “E’ un gran bel giorno sai!” mi dice con quella sua vocina garbata. Ha preparato con cura la colazione e il profumo del caffè mi riporta in una dimensione più umana. Esco dalla cabina. La nausea si dissolve alla vista di questo azzurro intenso che all’orizzonte si sposa con il cielo.

Quanto devo aver dormito? L’attesa deforma il tempo e lo spazio. Le aspettative danno luogo ai fraintendimenti. L’amore immaturo imbruttisce l’amore.

Ho dormito lo spazio di una notte. Nelle profondità di un’acqua quieta, con una muta da sub che qualcuno deve avermi fatto indossare nel sonno. O in sogno? Sono ancora fradicia di pioggia, ma non ho più i brividi. Il sole oceanico scalda le mie zone d’ombra.

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