Il demone di mezzogiorno

“Tutto passerà. Le sofferenze, i tormenti, il sangue, la fame e la pestilenza. La spada sparirà, ma le stelle resteranno anche quando le ombre dei nostri corpi e delle nostre opere non saranno più sulla terra. Non c’è uomo che non lo sappia. Perché dunque non vogliamo rivolgere lo sguardo alle stelle? Perché?”

(Michail Bulgakov – La guardia bianca)

Quasi ogni giorno provo brevi attimi di disperazione e ogni volta mi chiedo se io sia sul punto di crollare di nuovo. Di tanto in tanto, per un terribile istante, i miei pensieri si infilano in un vicolo buio e la sensazione è quanto mai odiosa. Nel frattempo però, ho scoperto quella che si chiama anima, una parte di me che non avrei mai immaginato esistesse, prima che, un giorno di cinque anni fa, l’inferno mi facesse una visita inaspettata. E’ stata una scoperta preziosa. Oggi, seppure a volte “mi arrampico alle pareti” come l’uomo ragno senza essere né un uomo né tantomeno ragno, so che  devo dire grazie alle esperienze fatte, alle persone che ho incontrato nel bene e nel male, a queste brutte sensazioni che mi hanno portata a guardare la vita più in profondità, a trovare in me le ragioni per decidere, scegliere, pensare, gioire, darmi da fare ad amare la  mia vita.

Come passano

 

Certe volte ti odio un po’ amica solitudine sorellina che non sei arrivata mai quando ti vesti da inquietudine e vieni qui a giocare è che poi non basta più l’infinito attendere e lo sai soltanto tu quanto durerà ma dimmi ancora quanto vivere prima di farmi amare un po’ ma qualche volta anch’io vorrei sentirmi stringere da mani grandi sulle spalle a dirmi “sono qui” chissà se allora io ti chiamerei a farmi compagnia chissà cosa farei e come passano gli appuntamenti, la fortuna, i treni, come passano i veri abbracci, gli entusiasmi, gli attimi per noi le cose che non puoi ma non si arriva mai ma come passano tutti gli amori mai iniziati, il freddo, come passano quando la sera senza dire niente torni qui è che non ne posso più di questo nostro fingere di un amore che non è come io vorrei e non mi resta che sorridere per farmi ricordare un po’                            ma qualche volta anch’io vorrei sentirmi stringere senza spiegare a tutti i costi e sempre cosa c’è allora si potrei cacciarti via e non parlarti più io so cosa farei e come passano le affinità, le esitazioni, i fiori, come passano lo smarrimento, le promesse fatte, gli altri e noi e come passo anch’io ma non si arriva mai ma come passano tutti gli amori mai finiti e l’odio, come passano come passano le ore amica solitudine sorellina che vuoi me per i giochi tuoi così vestita da inquietudine non ritornare più

Testo di A. De Angelis interpretato meravigliosamente da Tosca


Nessuna Solitudine
Dipinto di
Stefania Quartieri

Teoria della fuga

“Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (il fiocco a collo e la cappa sotto vento) che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di vela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire le rotte dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione.

Forse conoscete quella barca che si chiama Desiderio

Da “Elogio della fuga” di Henri Laborit

Attraverso questa teoria della fuga, che in realtà è un ritorno alle proprie radici più originali e creative, il grande biologo Laborit ci espone il suo pensiero sui temi di eterno interesse per l’essere umano: l’amore, la libertà, la morte, il piacere, la felicità, la vita quotidiana, la politica.

Grazie a Diana per avermi fatto dono di questa interessante lettura.

Mio padre è un viaggio in moto

Mio padre è una Lettera 32
regalatami in prima superiore
è un microscopio a 300x 500x 800x ingrandimenti
per l’affascinante visione
dei cristalli di sale
e delle rane vivisezionate

E’ il clarinetto di acciaio cromato
che suonavo solo per lui
e non gliel’ho mai detto

Mio padre è la Rivoluzione Francese
cinque libroni in alto
nello scaffale del soggiorno
è il quotidiano del giorno prima
alle tre del mattino
quando si alzava per andare in mare

Mio padre è quello schiaffo in pieno viso
e i suoi scatti irosi che non comprendevo
è la volontà sapiente
e quella forte
la delusione
l’ammirazione

Con me parlava poco
oggi non ha l’uso della parola
parla con gli occhi

Mio padre è un viaggio in moto
con me sul sellino posteriore
in un giorno di primavera

Bidimensionale identità

La mia solitudine

è un mare calmo

in un giorno d’estate

la piatta superficie

in cui inabissarmi

portando con me

la brezza del vento

che non racconto

La mia solitudine

è una conchiglia al sole

dalle spirali in ombra

desiderosa di carezze

che mai mi sono fatta

E’ la lancetta dei secondi

di silenzio

chiuso in  bolle d’aria

La mia solitudine

è una bidimensionale identità

e merita la visibilità

che mai mi sono data

Arisa

L’identità bidimensionale è un dipinto di Antonio Thellung